Associazione Strada del Tartufo Mantovano

Coltivazione

La Provincia di Mantova, consapevole del valore gastronomico e culturale del tartufo, ha fortemente voluto e sostenuto, in un ruolo di coordinamento, una serie di iniziative che ruotano sinergicamente intorno al prezioso fungo, concentrando la propria azione sulla possibilità della sua coltivazione. 

Gli studi nazionali condotti dall'Università di Perugia e gli studi applicativi e di laboratorio portati avanti, nel mantovano, dall'Istituto Tecnico-Agrario "Strozzi" di Palidano, trovano nel TRU.MU lo spazio naturale di presentazione e condivisione.

Oltre che di aggiornamento. La storia della tartuficoltura in Italia è relativamente recente, anche se si segnalano esperimenti di coltivazione del tartufo, seppur di nessun valore scientifico, già con la fine del Settecento. Le sperimentazioni nel Bel Paese, infatti, risalgono agli inizi del Novecento, quando sia il Mattirolo che il Garofi teorizzarono la necessità di rinvigorimento dei boschi per estendere le tartufaie naturali attraverso piante quali Pioppo, Salice e Quercia.
 

Nel 1931 Francesco Francolini, per primo, teorizza la necessità, durante la semina delle ghiande, di cospargervi attorno parti di tartufo. 
La svolta negli studi sulla tartuficoltura è datata 1956, quando Lorenzo Mannozzi-Torini, considerato il padre della moderna tartuficoltura, riprende la sperimentazione del Francolini utilizzando però la semina in fitocella e l'utilizzo di terreno di natura geologica uguale a quello dove cresceva spontaneo il tartufo. Un ulteriore passo di avanzamento si ottiene con la sterilizzazione dei semi

Secondo una definizione di Ceruti, la tartuficoltura si può suddividere in quattro grandi epoche

• dall'antichità ai primi dell'800: si compiono tentativi di coltura diretta del tartufo
Il criterio era quello di affidare al terreno una parte o l'intero corpo fruttifero, alla stessa stregua delle semine agrarie, senza l'ausilio di alcun albero poiché non era ancora conosciuto il rapporto di simbiosi fra pianta e tartufo.

• dai primi del '800 a metà circa del '900: si intuisce la relazione fra pianta e tartufo e prende il via il metodo di coltura indiretta del tartufo mediante l'impiego di alberi.
La coltivazione avviene comunque a livello empirico: si coltivano piante notoriamente tartufigene su terreni notoriamente tartufigeni. 
Successivamente inizia a farsi strada un tipo di coltivazione dei tartufi basata sul rimboschimento in zone idonee, che in Italia trova molti consensi grazie anche agli scritti del Mattirolo. Da questo momento il rimboschimento viene utilizzato sempre più quale tecnica ordinaria per la coltivazione dei tartufi, come testimoniano gli impianti sperimentali effettuati prima da Francolini e poi, con maggior successo, da Mannozzi Torini.
Il metodo Mannozzi Torini, che costituisce la base dei metodi attuali, si basava sull'impiego di ghiande, preventivamente immerse in una soluzione acquosa contenente una poltiglia di tartufi ben maturi e zucchero come collante (per far aderire meglio le spore alle ghiande). 
Le ghiande venivano seminate in fitocelle riempite con terreno delle tartufaie naturali produttive e quindi, così confezionate, poste in vivaio in aiuole appositamente preparate e lì mantenute per una stagione vegetativa. 

• dai primi anni '60 agli inizi degli anni '80: la coltivazione avviene tramite l'utilizzazione di piantine preventivamente micorrizate in laboratorio ed allevate in serra. In quest'epoca si ottengono in laboratorio le prime sintesi micorriziche fra piante sterili e tartufi. Contemporaneamente si tenta la coltivazione in coltura pura dei loro miceli. E' l'epoca in cui le ricerche e le sperimentazioni vengono indirizzate soprattutto alla coltivazione del tartufo nero pregiato, del quale cominciavano ad essere più note la biologia e l'ecologia. 

• dagli inizi degli anni '80: è l'epoca "attuale" in cui si vuole arrivare a coltivare in maniera sicura anche il tartufo bianco pregiato. L'obbiettivo principale è quello di promuovere le condizioni più favorevoli per la formazione dei corpi fruttiferi dopo l'impianto; condizioni che presuppongono il mantenimento in campo della micorrizazione specifica.

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